Politiche sociali

Il sistema dei servizi “alla persona” in Italia è organizzato in due grandi sottosistemi: quello sanitario, che fa capo alle Regioni e quello dei servizi sociali, che fa capo ai Comuni. Questa distribuzione delle competenze ha però reso problematica la connessione tra le istituzioni e l’integrazione delle competenze stesse.

Le politiche sociali hanno un problema strutturale; i finanziamenti sono sempre inadeguati ai “bisogni” cui intendono o dovrebbero rispondere. Bisogni, inoltre, che non sono mai “stabili” ma sono legati all’occupazione e al complesso sistema culturale in cui siamo inseriti. Incrementare la spesa significa ridurre la quota di popolazione in stato di necessità ed è il motivo per cui l’interesse e la “sensibilità” su questa competenza si misura sia sulla capacità di incrementare le risorse sia sulla modalità di spesa, in quanto queste due direttive determinano la quota di cittadinanza che beneficia degli interventi pubblici e di conseguenza quella esclusa.

In Lombardia negli ultimi 10 anni, a fronte di un aumento sia di fonti proprie (regionali) sia di fonti nazionali ed europee, sono aumentate le risorse a disposizione del welfare, ma con un indubbio disinvestimento sulle politiche sociali a favore delle competenze sanitarie (spesso dirottate sul privato). 

Le modalità di spesa decise da regione hanno disegnato una rete di risposta ai bisogni sbilanciata sul sostegno diretto alla domanda, spesso priva di reali requisiti d’accesso, penalizzando l’implementazione dei servizi. Contemporaneamente ha ridotto le capacità decisionali delle Conferenze dei sindaci e trasformato la Conferenza regionale permanente per la programmazione sanitaria e sociale, in consulta solo della sanità.

Il tentativo di parificazione dell’offerta di servizi e della sanitarizzazione delle prestazioni ha prodotto uno sfilacciamento del tessuto comunitario e del senso di comunità, il cui recupero è ormai, non solo urgente, ma anche necessario per far fronte alle nuove fragilità. Vi è una quota consistente di cittadini che si vergogna della propria vulnerabilità e che rifiuta l’accesso ai servizi strutturati che, comunque, non sarebbero in grado di farsene carico.

Proposte di governo

• Aumentare le reti dei servizi depotenziando la risposta diretta alla domanda. L’attuale sistema basato su linee di finanziamenti specifiche (bonus e voucher) ha come conseguenza la frammentazione dell’offerta e l’incertezza della programmazione in quanto l’allocazione di risorse non fornisce garanzie di continuità e dunque di stabilità, esponendo la popolazione che ne fruisce ad un ulteriore rischio di fragilità;

• Revocare la della DGR7631/2017, allocare le risorse previste per la premialità in altri servizi (borse lavoro per donne vittime di violenza, supporto al REI) e prevedere un patto di gestione del sistema sociosanitario che comprenda Regione, Città metropolitana e Comuni tesa a riqualificare lo sviluppo di comunità;

• Promuovere azioni di welfare generativo attraverso processi di innovazione, valorizzazione delle risorse della comunità e governance partecipate, superando i confini del tradizionale intervento sociale

Proposte di implementazione dei servizi

Una delle aree di maggior scopertura istituzionale è rappresentata dalla rete di servizi che rispondono al fenomeno della violenza di genere. Ad oggi è una competenza ancora non totalmente assunta dai comuni, vuoto che crea notevoli ripercussioni sulla celerità ed efficacia della presa in carico. Alcune azioni potrebbero contribuire ad una più efficiente risposta al bisogno:

• Prevedere un punteggio specifico per le donne vittime di violenza per il conteggio dell’assegnazione ERP.

• Prevedere un capitolo di spesa di supporto ai Comuni per il collocamento in strutture protette per donne vittime di violenza senza figli (analogamente a quanto avviene con la misura 6 per i minori). 

• Prevedere e implementare percorsi di inserimento lavorativo e borse lavoro economicamente sostenibili.

Un secondo intervento di riequilibrio dei diritti che oggi penalizzano prevalentemente i cittadini stranieri sono:

• Riduzione a 2 anni (attualmente è 5) il requisito di residenza per l’assegnazione alloggio ERP

• Eliminare il requisito del permesso di soggiorno di lungo periodo (CE) per le misure ed i bonus di sostegno al reddito e alla famiglia, sostituendolo con il requisito della residenza continuativa di 2 anni.

Lombardia Progressista
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